I raggi X rivelano la più antica mappa del cielo notturno fatta da Ipparco
Le prime indagini dimostrano che non fu copiato da Tolomeo
Da una pergamena millenaria passata ai raggi X riemerge la più antica mappa del cielo notturno: si tratta di un catalogo con le coordinate delle stelle scritto più di duemila anni fa dall'astronomo greco Ipparco e per secoli considerato perduto. 'Acquario' e stelle 'luminose' sono tra le prime parole individuate nel testo, rimasto finora nascosto sotto le scritte in siriaco tracciate dai monaci medievali che avevano riutilizzato la pergamena cancellando l'opera originale. Sono 11 le pagine attualmente allo studio presso lo Slac National Accelerator Laboratory in California, ma l'intero manoscritto (noto come Codex Climaci Rescriptus) conta circa 200 pagine sparse per il mondo, che dovranno essere recuperate per poter ottenere la mappa completa. L'indagine scientifica in corso prevede l'uso di un sincrotrone, ovvero un acceleratore di particelle che spinge gli elettroni a una velocità prossima a quella della luce. Quando gli elettroni vengono fatti oscillare da magneti, emettono raggi X che vengono utilizzati per illuminare il manoscritto: per garantire l'integrità della fragile pergamena, ogni impulso di raggi X ha una durata di 10 millisecondi e colpisce un punto grande quanto un capello umano. I raggi X permettono di distinguere le diverse sostanze chimiche presenti nella pergamena, in particolare il ferro contenuto nell'inchiostro dei monaci medievali e il calcio che invece contraddistingue il testo greco sottostante. Recuperare il maggior numero possibile di informazioni sul catalogo stellare di Ipparco "ci aiuterà a rispondere ad alcuni dei più grandi interrogativi sulla nascita della scienza", osserva lo storico Victor Gysembergh del Centro nazionale della ricerca scientifica in Francia, intervistato dall'emittente televisiva californiana Kqed. "Perché hanno iniziato a fare scienza 2.000 e più anni fa? Come sono diventati così bravi così in fretta? Perché le coordinate che stiamo scoprendo sono incredibilmente precise per qualcosa che si può osservare a occhio nudo". Mettendo a confronto i dati delle scansioni dello Slac con i documenti conservati di Tolomeo, i ricercatori hanno potuto dimostrare che l'astronomo egizio non si limitò a copiare l'opera di Ipparco. "Possiamo dimostrare che a volte Tolomeo ha effettivamente utilizzato i dati di Ipparco, ma ha usato anche altre fonti. Quindi non è plagio. Questa è vera scienza", sottolinea Gysembergh.
(S.Perez--TAG)